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Paese

Dati Generali
Il paese di Muravera
Muravera è un Comune della provincia di Cagliari. È situato sulla costa sud-orientale della Sardegna. Conta 4843 abitanti. Fa parte della XXI Comunità Montana “Sarrabus Gerrei". Dista 64 km da Cagliari. Costruita in epoca romana in una valle fluviale, Muravera si estende in un territorio abitato fin dai tempi più antichi. Il nome appare citato già nel 1316 come Murahera. Il toponimo è forse formato dai vocaboli latini mora, frutto del gelso, e vera, inteso come coltivato o commestibile.
Il territorio di Muravera
Altitudine: 0/802 m
Superficie: 94,7 Kmq
Popolazione: 4650
Maschi: 2322 - Femmine: 2328
Numero di famiglie: 1735
Densità di abitanti: 49,10 per Kmq
Farmacie: via Ichnusa tel. 070 991038
via Roma, 145/A tel. 070 9930566 - 9931510
Guardia medica: viale Rinascita - tel. 070 6097737
Polizia municipale: piazza Europa, 1 tel. 070 99000331-337
Carabinieri: piazza Europa, 6 tel 070 9930522

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Storia

MURAVERA, altrimenti MURERA o MORERA, come pronunziano quei del paese, è un villaggio della Sardegna nella provincia di Lanusei, capoluogo di mandamento della prefettura pur di Lanusei con giurisdizione sopra le terre di Sanvito e Villapuzzu. Si comprendeva nell’antico dipartimento del Sarrabus nel regno Pluminese o Cagliaritano.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 25', e nella longitudine orientale dal merid. di Cagliari 0° 27'.

Siede questo paese al piè boreale d’una catena di colline che sono una dipendenza delle montagne di Burcei, e terminano in questa maremma chiudendo all’austro il fertilissimo vallone, cui dicono Sa Forada de Sàrrabus.

In questa situazione Murera nulla patisce da’ venti meridionali, poco dai boreali pel riparo che fanno le colline di Villapuzzo, e dai ponenti per le montagne di Sanvito; molto però dal greco e dal levante. I calori estivi sono intollerabili quando non li temperi l’imbatto; le tempeste non rare, ma non sempre nocive; le pioggie frequenti; le nevi sconosciute in alcune invernate, o subito sciolte; la nebbia spesso nociva; e sotto l’influenza de’ venti del Tirreno grave l’atmosfera pe’ vapori, umida pure senza questa condizione per cagione del Dosa o Sepro, de’ canali che sono aperti nel piano, de’ pantani, delle paludi, degli stagni e delle molte fosse che sono aperte intorno all’abitato da coloro che fabbricano i mattoni (is làdiris), che secchi al sole si adoperano per la costruzione delle case. Nella stagione estiva e in parte dell’autunnale l’aria è pregna di miasmi perniciosi effluenti da tante fonti d’infezione che abbiam notato, da’ molti letamai che fermentano, e da altri immondezzai. Questa infezione cresce nell’estate per il fetore delle acque dove si tiene a macerare il lino ed il canape. Non si ignora per avventura un altro metodo meno pernicioso alla salute per questa operazione; ma non si vuol innovare. – Così facevano i nostri padri, così facciam noi. – Sarebbe un gran bene che cotesti stazionari si pungessero al progresso, e si persuadessero nel modo il più efficace alle ragionevoli innovazioni, da cui i fatui abborrono.

Nelle prime pioggie dell’autunno vedesi anche dentro Muravera un’immensa quantità di piccole ranocchie, che van saltellando e guazzando. Nella estate si patisce un gran tormento dalle zanzare, che disturbano i sonni, punzecchiano e fanno i vampiri.

Le fonti non sono nè molto copiose, nè frequenti; però non vi si formano molti rivoli.

Il Dosa, che nella geografia romana è detto Soeprus, e che inonda parte dei terreni del Murerese, ha le sue prime origini dalle fonti della regione di Cornobue e de’ territorii di Talàna è di Elìni, bagna le radici occidentali della Pedrailiana, e dopo un corso tortuoso di dieci miglia a ponente avviatosi lungo i termini orientali del Sarcidano verso ostro-ostro-sirocco per circa 20 miglia sino a Goni, volgesi, quindi da qui verso sirocco-levante lungo il piè di Monte Cardiga per tredici miglia, dopo le quali entra nel vallone de’ tre paesi (la Forada), e fatto un arco di cinque miglia si versa in mare.

Il Dosa avendo spesso la foce ostrutta dalle sabbie che vi ammucchia il flusso delle onde tirreniche, la corrente si volge verso austro lungo l’argine sabbioso delle spiaggie, e prosegue sino sotto monte Salinas, dove per un altro argine resta diviso dalle saline. Formasi da queste acque e da quelle del mare, che o vi si infiltrano, o nel forte ondeggiamento del mare vi ridondano, uno stagno, che chiamano di Foce. Canali. Da questo bacino sono prodotti quasi in linea retta tre canali, uno detto Pardionnas, in direzione di siroccomaestro sino a 3/4 di miglio dal paese; l’altro detto di Badobìlu e parallelo all’anzidetto sino a mezzo miglio; e il terzo detto di Mandaliri, che dista dal secondo 3/4 di miglio e comunica col fiume. Non è gran differenza nella loro lunghezza; sono qua e là profondi, e hanno amenissime le rive pe’ canneti ed altre piante che vegetano volentieri presso le acque.

È tradizione che questi canali siano stati fatti con arte per impedire le inopinate invasioni de’ ladroni dell’Africa; il che è ben credibile a chi conosca quanto ostinati fossero quei barbari nella guerra contro i sardi, quanto audaci nell’assalire i popoli maremmani, per far saccheggio e trarne schiavi a’ mercati infami di Tunisi e di Algeri. Tuttavolta pare che a questi lavori, che pajon fatti dai soli mureresi, abbia dato ancora impulso un’altra ragione, e sia stata questa di scaricare le acque che nelle sue frequenti ridondanze era solito il Dósa di versare sopra i loro colti.

Nelle inondazioni questi canali inghiottiscono le acque del fiume e le portano nella gran foce, che allora per più bocche le rivome nel mare, o le riversa da tutto l’argine. E tanta suol essere la copia delle acque, che ne han danno le estreme case del paese, e nella regione più bassa sopravanzino di poco il grosso diluvio le cime de’ pioppi più alti.

Il Dosa ha in molti tratti il fondo dell’alveo molto rilevato, e però non potendo contenere le acque, quando cominciano ad abbondare, le rifiuta e le lascia scorrere nel largo piano. Avviene allora che la corrente si slarghi, si sposti e rada gli strati della terra vegetale, lasciando nuda la ghiaja. Fa meraviglia che avendo i soli mureresi fatta la grand’opera di quei canali, essi coi sanvitesi e villaputzesi non possano fare egual opera scavando il letto, dove esso ha poca capacità, arginando le rive e difendendole dalla corrosione con palificate, e dall’impeto della corrente con gli altri modi facili che propongono gli idraulici.

Degli altri fiumi che sono ne’ territorii comuni del Sarrabus, nella regione australe, abbiamo ragionato nell’articolo Castiadas.

Ghiandiferi. Nel Murerese sono molti boschi ghiandiferi, e in gran parte ben conservati.

Selvaggiume. I cacciatori trovano ne’ salti e nelle montagne mufioni, cervi, cinghiali, daini, lepri e volpi, e queste ultime in gran numero a gravissimo danno de’ pastori a’ quali predano agnelli, porchetti, capretti, e delle famiglie, ne’ pollai delle quali fanno grandi stragi, lasciando spesso trenta o cinquanta capi uccisi tra galline e capponi.

Le grandi e piccole specie degli uccelli, che sono stazionarii o passeggieri nell’isola, si trovano tutte nelle montagne, nei salti, ne’ fiumi, canali e stagni mureresi.

In sulla fine dell’autunno vengono a nembi i merli e tordi agli abbondantissimi pascoli del Castiadas, e si comincia allora la lunga caccia, che continuasi agli ultimi giorni dell’inverno. I mureresi sono molto destri a preparar le reti, e spesso lucrano molto dalle medesime, nello stesso tempo che guadagnano da altri lavori, ne’ quali si esercitano lungo la giornata; però che la caccia, come già dicemmo altrove, non li vuole che per un’ora prima che nasca il sole, e per poco meno dopo il suo tramonto, quando gli uccelli escono alla pastura o tornano negli alberi dei boschi ospitali.

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Muravera anime 1980, delle quali maggiori d’anni 20, maschi 585, minori 410, femmine maggiori 545, minori 440, distribuiti in famiglie 520.

Professioni. I mureresi applicati esclusivamente all’agricoltura sono 420, alla pastorizia 200, alle arti meccaniche di necessità 45, al negozio 20, alla pesca 40. Quindi sono da indicare preti 3, notai 5, ufficiali sani-tari 4.

Le donne lavorano sulla lana, sul lino, e anche sopra un po’ di canape. Ogni casa ha il suo telajo. Sono ancora comunissimi le macchine di antica forma; e scorreranno ancora alcuni anni prima che si effettui la riforma che si desidera.

Carattere. Come gli altri foradesi sono di mediocre statura, di color tendente all’olivastro, di corpo robusto, e di grand’animo. Ora sono assai mansuefatti, dimostrano molta religione, rispetto alla giustizia, sebbene severa, finchè non sospettino nel giudice volontà e studio iniquo; e se fossero più diligenti nelle fatiche e industri avrebbero maggior lode.

Tra’ mureresi si è veduto un miglioramento morale molto notevole. Furono già frequentissimi i delitti d’abigeato, furto, grassazione, omicidio, le relazioni criminali nella curia quasi quotidiane, e si ricorda un anno, quando in soli sette mesi si posero in corso 47 cause di concubinato. Ora i delitti sono assai rari, e rare le accuse per relazioni scandalose. Se crescesse la istruzione cotesto miglioramento si vedrebbe ancora negli spiriti, e cadrebbero certi pregiudizi e certe superstizioni…

Stato sanitario. Dominano nell’estate ed autunno le dissenterie, le intermittenti e perniciose; in primavera le coliche; in autunno le pleuriti; in ogni tempo le ostruzioni di milza e di fegato, le artitridi, le clorosi. Delle suddette febbri sono causa le variazioni termometriche repentine e i miasmi che effluiscono da tanti funesti laboratorii; delle dissenterie l’abuso delle frutta; delle coliche le fave fresche che si mangiano; delle ostruzioni l’acqua non buona e gli eccessi dietetici; delle clorosi il bagno che le menstruate prendono a’ piedi nel fiume lavandovi le robe.

Sono frequentissimi i parti infelici per la imperizia delle ostetrici, già che tutte si credon atte a quest’assistenza: però molte partorienti non le chiamano.

La mortalità è frequentissima nella prima età, principalmente nella classe povera, e se ne stima vera cagione la poca cura delle madri e la nessuna regola nel nutrimento.

A’ piccoli si danno spesso zuppe di vino, e questo non può non nuocere a quei corpicciuoli, se anche ai grandi cagiona bruciore nello stomaco, e a’ forestieri aggravamento di capo e sonnolenza.

Vestiario. Le foggie generalmente usate da’ sardi sono pur usate tra i mureresi. Il solito colore del panno per gli uomini è il nero, per le donne è il rosso.

Gli uomini raccolgono i capelli in due treccie, che dispongono a corona o sopra o sotto la berretta nera: vestono un corpetto di velluto nero o azzurro, e un giubbone di sajo nero sino alla cintura, che è di corame largo un decimetro e si ricinge dalla cartucciera, donde poi scendono sopra i calzoni bianchi le brache a campana, come dicono, sino a mezzo femore ne’ giovani, al ginocchio ne’ provetti. Le gambe copronsi coi borsacchini di sajo che si stringono sopra

  1. o sotto il ginocchio. Il cappotto è solitamente corto, sopra o sotto il quale hanno molti sa best-e-pedde, la mastruca di vello nero. Quando escono in campagna soglion portare su sacu o meglio sagu de coberri, manto formato di due pezze di sajo, lunghe palmi 12,
  2. o poco meno, e larghe tre, che si compongono or sulla testa or sulle spalle per la pioggia o per il freddo, e servon pure a coltre. Le scarpe a grossa suola sono strette con correggie. Radono sempre la barba, fuori il caso di lutto per qualche parente, quando la la

scian crescere più o meno tempo nella varia ragione di gradi di parentela.

Le donne coprono la testa con la bittula, dal latino vittula, rinchiudendovi la capellatura divisa in due parti sulle orecchie e intrecciata; pongono su la bittula il cambusciu, cuffietta di scarlatto, che con due nastri neri fermasi sotto il mento, e sopra su cambusciu un fazzoletto bianco o dipinto, addoppiato diagonalmente, che attorcesi sotto alla gola. La camicia di tela finissima del loro telajo, chiusa in mezzo il petto, con bottoni d’oro e d’argento, ha larghissime le maniche, che si increspano e ristringono su’ polsi, e sono tenute con simili bottoni. Un corsetto spettorato di stoffe preziose chiudesi sotto il petto, e stringesi nelle falde da una fascia a più giri. Quindi vestesi una giubbetta di scarlatto ben guarnito di stoffa, e allacciato solo presso i polsi con ricca bottoniera. La gonna di sajo rosso, di loro manifattura, increspata con bell’arte, adornasi nella estremità superiore di una zona di percalle, nell’orlo di un largo nastro azzurro. Si aggiunge un grembialetto di seta nera o di scoto di tal colore. La ricchezza mostrasi negli orecchini, nelle collane e nelle anella.

Balli. Le donne moreresi hanno gran gusto per la danza; ballano nel carnovale, nelle ricreazioni pubbliche de’ dì festivi, nelle feste campestri, e non le sole fanciulle e spose vi prendon piacere, ma anche le vecchie nonne vi si sollazzano sgambettando con vigor giovanile molte ore.

Matrimonii. Sono frequenti e fecondi. Il pudore mantiene intemerate le fanciulle, la fede inviolati i talami. In questo è gran dilicatezza d’onore, e non si danno colpe leggiere. Tuttavolta accade che si trovi qualche neonato, che la madre espone alla pubblica carità o perchè manchi di mezzi a nutrirlo, o perchè non patisca disonore. È raro che se ne ritrovi la genitrice nello stesso paese, perchè si sogliono portare altrove. Se non si offra alcuna persona caritatevole, la comunità dee provvedere per la balia.

Nozze. Non si stipula nel popolo alcun istromento. La sposa dee preparare i mobili e utensili per la cucina, il telajo e il panificio, e una sufficiente lingeria; lo sposo deve preparar la casa e aver i mezzi per la sussistenza sua e della donna; se è meccanico saper la sua arte e aver gli utensili necessarii; se agricoltore il carro, due torri, l’aratro e gli altri istromenti agrarii; se pastore un branco intero, o una parte come comunajo minore.

Negli sponsali si fa uno scambio di doni.

Il corredo della sposa, consistente negli articoli suindicati, portasi sopra carri adorni nella casa nuziale e con festivo strepito nella vigilia delle nozze.

Gli sposi prima di partirsi dalla casa paterna per andare nella chiesa ad esservi benedetti, domandano ed ottengono la benedizione con tutta solennità dai loro genitori o zii.

Lo sposo preceduto dalle launelle (zampogne), accompagnato dal curato e da tutta la sua parentela, si porta dalla sposa, e l’aspetta nel cortile della casa o fuori, e quando essa esce co’ suoi parenti la precede nella chiesa.

Dopo presa la comunione tra la messa, e compita la cerimonia del sacramento, fanno gli sposi la solita limosina a’ preti porgendo certo denaro con una guastada di vino e tre pani di semola fatti ad anello e infilzati in una treccia di provinca. Un fanciullo porta questi doni.

Lo zampognatore dello sposo e della sposa che a gote piene spira l’armonia dalle canne per la fausta occorrenza scelte dal coritone o stracasciu (stucchio a conservarvi i concerti, e ciascun concerto è di tre canne, due unite e la terza sciolta) formato di sovero e coperto di pelle nera, e in somiglianza d’un turcasso, porta pendente da un nastro a tracolla un grosso pane lavorato con molt’arte e capricciosamente figurato, e precede gli sposi e la lieta brigata delle due parentele e degli amici alla casa nuziale.

Lo sposo e la sposa nell’andarvi restano ancora disuniti; ma due parenti della sposa accompagnano lo sposo, e due parenti di lui accompagnano lei. Degli altri o parenti o amici gli uomini van dietro lo sposo, le donne dietro la sposa. Lo sposo va prima.

Nel passar per le vie sono l’uno e l’altra onorati di benedizioni, e con parole d’augurio e con frumento e sale che si versan loro addosso a grossi pugni o da scodelle, e talvolta con troppa forza e in modo che ne son colti in viso gli accompagnanti e gli stessi preti.

Quando entrano nella nuova casa il paroco dà la benedizione a’ due conjugi, e questi stando in piedi (la donna alla sinistra dell’uomo) ricevono le congratulazioni, dopo le quali si siedono a convito. Gli sposi mangiano del caprone.

Il festino con canti e balli dura uno o più giorni.

Funerali. Quando una persona abbia cessato di vivere, la pietà de’ congiunti volgesi ai soliti uffici estremi. Il cadavero si cura nel miglior modo, e subito si veste di quella pompa, nella quale comparve nel dì più bello e felice della sua vita, anche le vedove che passarono lunghi anni nello squallore avvolte di bruno. Se poi il morto sia ancora nubile, adornasi per cura della matrina d’una corona d’alloro, e di belli e preziosi ornamenti d’oro, d’argento, di perle ecc. Intanto le parenti e le ancelle vestitesi a bruno, si pongono intorno al cataletto in mezzo la sala, cominciano il compianto, e con tutti i segni di vero dolore, facendo onta al petto, al volto, al crine, deplorano la perdita; poi quando dalle cantatrici chiudesi la strofa, lasciano il freno al dolore e prorompono a lamenti e a nuove offese alla persona. Le vedove siccome sarebbero sospettate di aver poco amato il defunto, se il loro dolore apparisce di poca acerbità; però non si contengono nello sfogo, e gemendo, strillando e lamentandosi nel modo più miserabile, strappansi i capegli e li spargono sul capo del caro estinto.

Quando i defunti si seppellivano nella chiesa, alcuni mureresi imitavano quel che si solea fare nel prossimo paese di S. Vito, dove nel 3.º, 7.º e 30.º giorno dopo l’obito e nell’anniversario le parenti concorreano nella chiesa, e ordinatesi intorno alla tomba coprivano la lapida d’una tovaglia, vi ponevano un crocifisso tra alcuni moccoli accesi, e percuotendosi il petto, strappando i capelli, e piangendo e singhiozzando apostrofavano il caro estinto, tra le cerimonie de’ santi misteri. Se accadeva che alcuna fra le parenti avesse ingegno poetico, essa levava allora il canto funebre come avea fatto nella casa presso il defunto.

Le persone di fortuna sogliono semprechè ricorre l’anniversario di qualche loro defunto prediletto far un’abbondante limosina in pane, vino e carne.

La durata del duolo risponde al grado di parentela, i più prossimi prolungandolo più. Non usandosi in questo dipartimento di nutrir la barba, la dimostrazione più segnalata del duolo suol essere il mento intonso; mentre per le vedove è lo squallore delle vesti, e il succidume della camicia.

Quella camicia che indossavano quando morì il marito, quella continuano a tener giorno e notte finchè non sia disfatta, di maniera che devonsi gli altri tener lontani dalla dolente.

Agiatezza. In Muravera, come negli altri luoghi della Forada, la massima parte delle famiglie hanno qualche proprietà, e sono assai rari quelli che per indigenza debbano mendicare, e questi o vecchi decrepiti che non hanno più forze a faticare, o poveri invalidi al-l’opere per malattie. Gli altri di altra condizione, che si vedono talvolta, provengono da’ prossimi dipartimenti della Trecenta, del Gerrei e della Ogliastra.

Istruzione. La scuola primaria non ha finora, come nella più parte de’ luoghi, prodotto i frutti desiderati. Le vacanze spesso si protraevano ad arbitrio, e per le lunghe intermissioni i fanciulli si dimenticavano di quel poco che avessero potuto imparare. Quando era aperta la maggior parte delle ore spendevansi ne’ castighi, massime ne’ giorni che il maestro fosse mal temperato d’umore. I piccoli ricusando andarvi per non patir le ire magistrali, e alcuni padri trascurando mandarli per la conosciuta inettitudine degli educatori, accade però che pochissimi vi concorrano.

Il capo della curia del Sarrabus, residente in Muravera, avea il titolo particolare di magnifico Armentario, che fu un nome nel tempo de’ giudici usato da alcuni curatori de’ dipartimenti. In Muravera aveansi pure le prigioni reali.

Agricoltura. Gran parte de’ territorii coltivabili di Muravera e delle sue pertinenze sono di una fertilità prodigiosa, e idonei anche a certe coltivazioni, alle quali tanti altri sarebbero poco atti. Non pertanto l’arte agraria era meno avanzata, che ne’ prossimi paesi di Sanvito e Villapuzzo; e per poca industria si lasciavano inerti nella maremma grandi tratti di terreno fecondissimo che si potevano asciugare.

Se ora l’agricoltura di Murera progredisce, se ne devon grazie al prebendato teologo Manunta, il quale co’ consigli e con i soccorsi diresse e confortò quei popolani. Egli dopo aver provveduto alla istruzione, facendo le spese per una scuola, e proponendo premii alle fanciulle che imparassero bene il catechismo, provvide a eccitare all’opera gli oziosi; e a proprie spese avendo fornito di buoi e di altre cose necessarie più di 30 coloni, che lavoravano ne’ predi altrui quando erano condotti, e aumentò la solita seminagione di una quantità cospicua. I mureresi ricordano con gratitudine la sollecitudine paterna, con cui lo stesso prebendato li soccorse nella carestia del 1831-32, mandando loro per mare il frumento necessario al prezzo del costo, senza di che un gran numero di essi sarebbe morto d’inedia.

La quantità de’ semi che annualmente si danno alla terra è approssimativamente come qui notasi: starelli di frumento 2000, d’orzo 900, di fave 200, di legumi 250, di lino 200, di canape 60.

La fruttificazione è varia, secondo la varia natura de’ luoghi, ma se le meteore favoriscano alla vegetazione, si può ottenere dal frumento il 20, dall’orzo il 25, dalle fave il 18, da’ legumi il 10.

Le vigne occupano una superficie di circa 400 starelli; ma perchè sono in esposizione infelice, però la vendemmia dà poco mosto; e perchè la manifattura è poco saggia, però i vini non sono di bontà, e a’ primi calori inacidiscono. È quindi necessità di supplire al difetto co’ vini di Jerzu.

L’orticoltura è assai estesa, e lo potrebbe essere ancora di più, se si volessero adoperare tutti i terreni idonei. Le specie vengono così, che non meglio altrove. Ne’ terreni innondati si raccoglie gran copia di fagiuoli.

Lo stesso occorre a dirsi sopra i verzieri, ne’ quali si ammira una vegetazione di tutto lusso. Le specie sono molte, e tra esse assai considerevoli quelle del genere de’ cedri. La Forada è un clima adatto alle medesime niente meno che lo sia quello di Milis, se non si voglia dire anche più, come si potrebbe con buone ragioni dedotte dalla situazione più fausta e dalla maggior bontà de’ frutti. Anche i mandorli e gli ulivi vi prosperano felicemente e danno frutti assai copio-si. I pini vengono a uno sviluppo maraviglioso, e vedesi qualche individuo non ancora secolare, che è già cresciuto a un colosso.

Non meno felicemente de’ cedri e mandorli e olivi, vengono nel territorio di Murera e generalmente nel Sarrabus i mori dai quali si pretende sia stato nominato il paese; citandosi la tradizione, secondo la quale nel luogo dove oggi è il paese sarebbe già stata una selva di mori (una murera), della quale si vorrebbero un residuo gli annosissimi mori che vegetano ancora ne’ cortili di molte case, ne’ prossimi poderi. Forse si coltivarono anche i bachi.

Quest’attitudine del luogo a cotesta specie non sarà, come speriamo, negletta nell’avvenire, e i sarrabesi imiteranno gli altri sardi che già studiano in questo novello ramo di coltura, dal quale sono promessi considerevoli guadagni. Intanto che crescessero le novelle piante di maggior nutrimento a’ bigatti potrebbero gli alberi che sussistono dar sufficienti foglie, e farsi le prime esperienze della educazione de’ medesimi e delle più semplici opere su’ cocchetti.

Palme. Nella Forada vegeta questa specie tanto prospera, come negli orti di Cagliari; ma non si cura di averne alcun frutto perchè la sua cima stringesi a ciò i rami novelli, che sono voluti per la cerimonia della domenica di palme, sottratti all’azione della luce non si tingano in verde.

Lentisco. Quando le bacche di questa pianta sono in gran copia, le donne ne riempion sacchetti, e questi posti entro piccoli tini, ed ammolliti con l’acqua bollente schiacciano coi piedi per farne filtrar l’olio per le lucerne, e per condimento ancora dei legumi, quando sia ricotto. Il superfluo agli usi domestici vendesi negli altri paesi o mandasi a Cagliari per le fabbriche di lana, e per le lampadi.

Pastorizia. Le parti montuose ed incolte del Mure-rese producono ottimi ed abbondanti pascoli; e si potrebbe avere gran copia di fieno, se si tagliassero l’erbe che lussureggiano in tanti prati naturali, principalmente nelle regioni inondate, e se ne formassero artificiali ne’ molti luoghi, dove è facile formarli. Se la intelligenza viene in soccorso della natura, in questa come in altre regioni sarde, i prodotti e le ricchezze cresceranno in modo maraviglioso.

Nell’anno 1837 ne’ territorii di Muravera e sue dipendenze pascolavano buoi per l’agricoltura 700, cavalli 100, giumenti 350, quindi capre 3000, pecore 10000, porci 3500, vacche 2000.

In altri tempi, quando era tra’ sarrabesi e napoletani un commercio attivissimo, le cose pastorali erano più curate, e si facea gran quantità di formaggi bianchi, che gli incettatori salavano nelle cantine per esportarlo nel continente. Questa vendita essendo molto diminuita, mancò il primo studio, e scemò di molto la quantità del prodotto.

Apicultura. Essendo a questa favorevoli tutte le condizioni, i mureresi preparano molti bugni, e sebbene non facciano alcun’opera intorno a’ medesimi e ne’ predi vicini al paese e ne’ salti, non pertanto ottengono cera e miele in abbondanza. Con un po’ più di cura il profitto si duplicherebbe.

Caccia. La più considerevole è quella che d’inverno si fa de’ merli e tordi nel salto di Castiadas. Vedi l’articolo Cagliari provincia, dove si descrisse l’opera di quella stagione. Alcuni mureresi per le poche ore che stiano presso le reti guadagnano lire nuove

150.

Le altre caccie sopra il selvaggiume di rado sono infruttuose, perchè le montagne e i salti hanno gran numero di capi in quelle specie che abbiam già indicato.

Pesca. Negli stagni della maremma, ne’ canali già descritti e ne’ fiumi, principalmente nel Soepro o Dosa, vanno molte barchette e si fa gran cattura di pesci di varia specie, i quali si vendono e nel Sarrabus e ne’ dipartimenti limitrofi del Campidano e del Gerrei.

Carbonari. Molti di Murera, quando abbian compite le operazioni agrarie, se ne vanno ne’ boschi cedui, e taglian legne per venderle, ed una parte ne carbonizzano. Tra la caccia de’ merli, in quelle ore del giorno che dovrebbero stare oziosi, fanno alcuni questa fatica, e accrescono così il loro guadagno. Il carbone, la legna per cucina e il legname per costruzione si carica ne’ navicelli cagliaritani e si trasporta alla capitale.

Commercio. I mureresi vendono grano, orzo, legumi, frutta ortensi, mandorle, arancie, limoni, cedri, capi vivi per la beccheria o pel servigio agrario, pelli, cuoi, articoli di caccia, pesca, carbone, legname, tessuti ecc., e si può calcolare che si ottengano di guadagno circa centomila lire nuove.

Le vie agli altri dipartimenti, co’ quali si potrebbe commerciare, sono difficilissime, e in alcuni tratti non carreggiabili; per lo che quando i sarrabesi vogliono farvi affari devono trasportare le loro derrate sul dorso de’ giumenti. A questa asprezza di sentieri si aggiunge talvolta il pericolo de’ fiumi che si devono guadare, perchè mancano i ponti. Quando il Dosa si gonfia, resta interrotto il commercio anche con Villapuzzo, perchè le barchette che si hanno per il passaggio non reggono a un gran carico.

È una gran sorte per i sarrabesi che i navicelli cagliaritani vengano spesso nelle loro spiaggie per comprarvi i sunnotati varii articoli. Senza questo comodo essi sarebbero miserabilissimi in mezzo alla maravigliosa produzione del loro suolo.

Religione. Questi popolani sono compresi nella diocesi di Cagliari, e curati nelle cose spirituali da tre sacerdoti, il primo de’ quali si qualifica vicario, ed ha una parte delle decime che sono godute da un canonico della primaziale.

La chiesa maggiore ha per titolare e patrono s. Nicolò di Bari. È appena fornita delle cose necessarie.

Le chiese minori sono dedicate, una alla Vergine del Rosario, dove suole ufficiare una confraternita, l’altra a s. Antonio abbate, la terza a s. Antonio da Padova, la quarta a s. Anna, la quinta a s. Lucia, nelle quali si fanno le cose divine solo nella solennità per il rispettivo titolare.

Fuori del paese sono diverse chiesette, la Vergine d’Itria in vicinanza di Petreto, dove fu già un piccol convento dei frati della Mercede per la redenzione degli schiavi, e dove trovasi il cimitero; s. Georgio martire; s. Giovanni Battista; s. Maria, e s. Marta. Queste due ultime però sono esecrate e in rovina, e comprese con le due precedenti nella regione detta S’Orrùi a levante del paese. S’ignora quando quei frati si siano ritirati. Essi doveano raccogliere in questo e ne’ prossimi dipartimenti copiose limosine per il riscatto degli schiavi, se da questo littorale molti erano rapiti alla schiavitù nelle inopinate invasioni.

Popolazioni antiche. In S’Orrùi presso la chiesa di s. Georgio si vedono certi indizii di abitazioni, e si scoprono molte sepolture. Di questo antico paese fa menzione il Fara, ed è quello che ei nomina Sorruvi.

Pedredu, che il prenominato Corografo pose fra i paesi spopolati, sussiste tuttora, ed è una frazione di Muravera, un suo vicinato, che non ne dista a levante più di 40 passi. Se diam fede alla tradizione, Pedredu sarebbe stata la parte più antica del paese: poi quando il rione di Muravera crebbe di popolo, e fu abitato da’ principali, valse il suo nome, e quello di Pedredu fu negletto.

Turu. In sulla sponda destra del fiume Dosa, presso al bacino dello stagno che dicono Sa fogi, era un paese così nominato, nel luogo che dicono Ruinas de Turu (Rovine di Turu). La tradizione porta che esso fu assalito dagli africani e distrutto, e che gli scampati ritiratisi in Muravera, indi si partissero nel terrore degli infedeli, e si stabilissero dove or è Foghesu.

Sa turri de degi cuaddus (la torre di dieci cavalli). La Sardegna per più di mille anni, e quasi ogni anno fino al 1815, fu esposta alle invasioni ostili, prima de’ saraceni di Africa, Spagna e delle Baleari, poscia agli assalti de’ barbareschi. Avvenne in guerra così prolungata, che qualche volta i popoli che abitavano le spiaggie e le maremme fossero sorpresi e dovessero vedere predate e distrutte le loro case, e incatenati andare nelle terre degli infedeli a una intollerabile schiavitù. Così caddero le città e i borghi che coronavano i littorali dell’isola, e venne meno la popolazione. Certamente gli invasori furono infelici nella maggior parte delle imprese, e patirono dagli isolani dolorose ripulse; perchè questi, quando aveano il tempo di armarsi, correvano animosi a batter il nemico, l’affrontavano sebbene in numero molto maggiore, come abbiam veduto nelle maravigliose difese che fecero negli ultimi anni di questa guerra; ma accadea talvolta che gli assaliti avessero nemica la sorte, e allora la barbarie de’ vincitori tutto devastava e rovinava, e il timore di tanto periglio allontanava quei che erano scampati al ferro e alle catene da’ luoghi troppo esposti.

Tra’ littorali più infestati fu questo di Sarrabus, come quello di Chirra a tramontana e quello di Castiadas ad austro; Chirra restò affatto deserta; si disertò pure il Castiadas; e se li tre paesi della Forada rimasero, questo devesi attribuire alla buona sorte che mai non fossero colti all’improvviso, al valore che spiegarono contro gli assalitori e alle difese che prepararono. I tre canali furono, come già notai, fatti col disegno di tagliar la via agli assalitori, come fu quello che scavarono i chirresi; ma perchè i nemici eransi poi più volte avanzati contro i tre paesi nella via che da Monte-Salinas portava in Muravera; però vollero i foradesi costrurre un riparo e chiudere quel passaggio. E pertanto in sulla estremità dello stagno della Foce sopra la via costrussero una torre, e alla destra aggiunsero un’ala sino all’acqua dove si formava la caserma per i presidiarii, e dall’altra costrussero una lunga muraglia in un terreno ingombro di boscaglia, per arrestare chi, schivando la torre, volesse prendere altro sentiero e procedere sino a’ paesi. La porta sotto la torre doveasi chiudere nella notte, e sempre che si presentassero nemici. Ordinariamente vi stava di guardia una squadriglia di dieci uomini a cavallo, donde il nome di Torre di dieci cavalli, i quali doveano correr le spiaggie e da’ luoghi sublimi esplorare se apparissero navi sospette. Quando questo occorrea, subito gli esploratori tornavan indietro; si chiudea la porta della torre, si preparavano le armi e si mandava avviso a’ tre paesi perchè prendessero le armi e venissero ad aspettare i nemici o andassero a impedir lo sbarco. Queste spiaggie furono spesso teatro di feroci pugne e un campo glorioso al valore de’ sarrabesi. Se la storia accettasse le tradizioni, potrebbe essa accrescersi di molte belle pagine.

Norachi. Nella regione del Sarrabus sono queste costruzioni in gran numero, ma pochissime quelle che non siano quasi totalmente disfatte. Noi non possiamo nominare quelle che sono comprese nella circoscrizione di Murera, non avendo avuto tempo di prenderne annotazione, a eccezione di quella che nelle più parti intera vedesi in Villamaggiore. Villamaggiore. Ad austro del Murerese, dove apresi un vasto piano irrigato e spesso innondato dal fiume Peddanus, era non lungi dal colle di S. Priamo, un antico paese detto Villamaggiore. Del qual nome non essendo rimasta menzione nel Fara, potrebbe essere vero che altrimenti prima si appellasse, e che ivi fosse il capoluogo del Sarrabus, l’antica Sarcobos o Sarcopos, che troviamo notata nell’Itinerario, e volle, come è probabile, indicare Tolommeo nel nominare nelle parti meridionali dell’isola i popoli scapitani o scarcopitani, come avrebbero dovuto leggere gli amanuensi.

È questa una parte della regione sarrabese niente meno fertile della Forada, e che sarebbe egualmente produttiva se fosse coltivata. Ma siccome questo territorio, per antico diritto, è comune a’ mureresi, sanvitesi e villapuzzesi, però non vi si può operare studiosamente, e non vi si opererà finchè valga questa comunanza.

La massima parte delle terre di Villamaggiore restano incolte, e servono alla pastura del bestiame. In varii tratti si esercita l’orticoltura con un successo maraviglioso.

La catena delle colline che sorge in parte in questo territorio dicesi Monte Juru.

Nel littorale di Villamaggiore, nello stagno di Colostrai, è la peschiera così nominata, che era già di spettanza del Marchese di Chirra, abbondantissima di pesci, ma per la piccola vendita non ha gran valore, e non si può affittare che a scudi 160.

S. Priamo. Sopra un colle, poco distante da Villa-maggiore, sorge questa chiesa di rozza architettura, divisa quasi in tre navate, nella media delle quali è un altarino di marmo, e a fianco della navata sinistra una spelonchetta, dove dal fesso delle rupi granitiche stilla talvolta un’acqua che credesi mirifica. In essa si celebra una festa di gran concorso e sollazzo.

Nella mattina della vigilia trasportasi su d’un carro da Muravera in questa chiesa l’effigie del Santo chiusa in una cassa e senza pompa religiosa, ma dietro la medesima vanno i pellegrini di penitenza a piedi, gli altri a cavallo o nelle tracche. Nel pomeriggio verso le 5 viene il paroco col reliquiario composto sulla sella in dorso a un cavallo scelto, tra un grande accompagnamento di cavalleria miliziana, di confratelli, di devoti e di penitenti vestiti di un bianco camicione stretto al seno con fascia, scalzi, scarmigliati e ansanti per aver dovuto camminare al trotto de’ cavalli. La cavalleria ha il suo stendardo, ha pure il suo la confraternita, e quelli che lo portano fanno le più pazze bizzarrie per mostrare la loro destrezza nel governo dell’animale. Quando questi sono prossimi al colle, esce da chiesa una processione col simulacro del Santo, e le due comitive congiuntesi muovon alla chiesa per celebrarvi gli uffici divini. È un bello spettacolo veder per la pendice del colle le botteguccie di robe, di liquori, di dolci e le brigate sparsevi nel soggetto piano ne’ tre lati d’una piazza quadra, le case e le loggie formate di rami e coperte di frasche, e chiuse parimente ne’ fianchi, dove sono raccolte le famiglie principali, e festeggiano e fan conviti e danzano, o ascoltano gli improvvisatori. A gran tratto poi intorno tra le macchie, sotto gli alberi in sulla sponda del ruscello sono sparse mille brigate che preparano il pranzo o la cena, e si deliziano in una sincera allegria, mentre più in là pascolano i cavalli impastojati ed i buoi delle tracche. Nella notte le donne riposano entro le tracche, gli uomini si adagiano sotto le piante presso ai fuochi che nutron bene.

Tuerra di Villamaggiore. Così chiamasi un gran tratto di suolo attraversato dal fiume, e spesso inondato, dove la terra è di una mirabile forza e sempre attiva la vegetazione. È ombrato da molti alberi infruttiferi, a luogo de’ quali si potrebbero sostituire le solite specie di cedri.

Dalla terra al littorale stendesi un piano vastissimo ricco d’erbe, dove potrebbesi tagliar molto fieno e formare prati artificiali, e dove alcuni fanno l’orticoltura con grandissimo lucro.

Nel littorale sono varii stagni Ferasi, Feraseddu, Colostrai, Bucca de palus. Essi comunicano fra loro, e sono conosciuti sotto l’unico nome di Colostrai. In Bucca de palus entra il Maloca, e si prende il pesce bianco, cioè la lissa e il lupo; in Colostrai è il pesce fino, palaja, canina, murmungione, ecc.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Muravera
15 giorni dopo Pasqua: Sant’Antioco
Marzo-Aprile: Sagra degli Agrumi – Sfilata di gruppi folcloristici accompagnati dalle tradizionali “traccas" e da cavalieri. Dal pomeriggio balli e canti in piazza.
Giugno – Settembre: Estate Muraverese – manifestazioni culturali, rassegne musicali, spettacoli teatrali, mostre dell’artigianato. Ultima domenica di Luglio: Ohi su Moru! – Rappresentazione teatrale, in cui si rivive il pericolo delle invasioni dei pirati e la determinazione della popolazione nel difendere le proprie terre. La rappresentazione si svolge nella marina di San Giovanni accanto alla Torre dei Dieci Cavalli la Forgia.
Inizio Agosto: Maskaras: Il carnevale etnico della Sardegna - con la partecipazione di: I Mamuthones e Issohadores provenienti da Mamoiada; I Boes e Merdules di Ottana; Sos Thurpos (“i ciechi", “gli storpi") di Orotelli; Sos Tamburinos di Gavoi; Su Bundu di Orani; Mamutzones e Urzu di Samugheo ; S’Urthu di Fonni; S’Urtzu di Ula Tirso.
Fine Agosto: Festa di Sant'Agostino: le giornate di festa in onore del Santo tra musica, sport, cultura, mostre di prodotti dell'artigianato locale
Settembre: Santa Maria
6 Dicembre: San Nicolò – Festa del Santo Patrono